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Il premio Jamaica 2012 e’ stato vinto da HOOMAN MEYABADI con la sua fotografia OGGI.

Il premio Jamaica 2012 e’ stato vinto da HOOMAN MEYABADI con la sua fotografia OGGI.
il ragazzo iraniano studente di Brera ha vinto,oltre alla somma di 1000 euro messa in palio per il vincitore, anche la possibilita di pubblicare il suo scatto sul libro del Jamaica in uscita a ottobre, accanto alle immagini dei grandissimi fotografi dell’ultimo secolo. una fantastica opportunita’ per questi ragazzi che hanno partecipato numerosissimi e che avranno la possibilita di riprovarci anche l’anno prossimo misurandosi con un altro tema che scopriremo solo piu avanti. le 20 fotografie migliori, compresa la vincitrice, rimaranno esposte al Jamaica fino ad Agosto nella mostra collettiva “dal Bianchino al Mojito” passato e presente di un bar. il Jamaica.


Via Brera, 32 – 20121 Milano – Tel. 02 876723 – www.jamaicabar.it – info@jamaicabar.it

 

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100anni di Jamaica | Mostra Fotografica: “Dal Bianchino al Mojito”


Mostra nello storico
“Caffè degli artisti” nel cuore milanese di Brera
“Dal bianchino al mojito. Passato e presente di un bar: il Jamaica”

Vernissage e premiazione martedì 3 luglio 2012 dalle 19.30, le fotografie saranno poi esposte dal 4 luglio fino al 31 agosto dalle 10 del mattino alle 2 di notte, al Jamaica in Via Brera 32.

Sono passati moltissimi anni da quando Elio Mainini decise di istituire insieme ai giovani futuri grandi maestri (per citarne alcuni ricordiamo Ajmone, Peverelli e Morlotti), il Premio Jamaica di Pittura. Un premio che dimostrasse una volta di più cosa sapessero fare i giovani contro le accuse di quegli pseudo intellettuali-critici-uomini di cultura che li tacciavano di non saper organizzare in pochi giorni una mostra seria, con quadri seri, e non in molti mesi una mostra coquette con quadri coquette.
Elio Mainini aveva visto lontano, fu un successo enorme, un evento nel vero senso della parola, un modo nuovo di organizzare mostre.
Idee differenti, periodi storici completamente mutati ci hanno spinto a mantenere lo stesso pensiero di fondo spostandoci però dalla pittura alla fotografia.
100 anni di Jamaica. Jamaica ieri ma soprattutto Jamaica oggi.
Questo potrebbe essere il filo conduttore di questa nostra nuova mostra fotografica “dal bianchino al mojito. Passato e presente di un bar: il Jamaica.”
Dopo i vernissages che hanno scandito il centenario della nascita del Bar Jamaica a cominciare dall’Aprile 2011 con le immagini dei grandi fotografi che hanno frequentato e raccontato il locale dagli anni ’50 fino ad oggi, lo storico caffè milanese ha deciso di inaugurare un nuovo secolo di attività con un concorso fotografico rivolto alle nuove generazioni di aspiranti fotografi.
L’invito era quello di interpretare il locale, di rubare un momento, di imprimere sulla pellicola quell’istante unico, così come fecero autori come Ugo Mulas, Jacqueline Vodoz, Alfa Castaldi, Carlo Cisventi, Carlo Orsi, Uliano Lucas, Fabrizio Garghetti, mostrando la sua vita, le sue atmosfere, le tracce del passato ancora ravvisabili nel presente così come le sue trasformazioni, all’interno di un quartiere di Brera profondamente mutato.

L’idea era che i “nuovi giovani artisti” riflettessero sull’identità del locale, sui suoi frequentatori attuali, sul ruolo di socializzazione e di confronto che il caffè continua a svolgere, sia pure in un contesto decisamente differente.
La premiazione di questo concorso aperto a tutti gli studenti (italiani e stranieri) delle Accademie di Belle Arti, degli Istituti di design, delle facoltà di architettura e design, delle scuole di fotografia di tutta Italia avverrà martedì 3 luglio 2012 alle 19.30.
Si terrà un’esposizione all’interno del Jamaica delle 20 opere migliori scelte appositamente da una competente giuria tecnica presieduta da Mario Dondero e composta da: Uliano Lucas e Melina Mulas fotografi,Valentina Mulas (Archivio Ugo Mulas), Elio Grazioli e Tatiana Agliani critici fotografici e Micaela Mainini proprietaria del locale e sponsor dell’evento.
A coronamento di questo evento, come previsto da concorso, la foto migliore verrà premiata con un assegno di 1000 euro e pubblicata sul nuovo libro del Jamaica in uscita a ottobre 2012. Una monografia curata da Uliano Lucas che ripercorre la storia del locale attraverso una vasta selezione di immagini e che, ance attraverso due lungi testi di Tatiana Agliani e Sergio Dangelo e una testimonianza di Emilio Tadini, intende ragionare su una stagione di grande vivacità culturale nella Milano del secondo dopoguerra, che ha avuto nel locale di Elio Mainini e della signora Lina un suo teatro d’eccezione. Il libro racconta però anche il ruolo di formazione e socializzazione che il Jamaica continua a rivestire ai nostri giorni, come mostrano le foto degli ultimi decenni di Fabrizio Garghetti e quella vincitrice del concorso che chiude il volume, alludendo a nuovi possibili percorsi nella storia del linguaggio fotografico del celebre caffè milanese.
Il Premio Jamaica sarà riproposto anche l’anno prossimo con l’intento di promuovere e premiare quella nuova visione del locale, che pur guardando sempre con un occhio al passato è pronta a dare spazio alle nuove generazioni di artisti sempre carichi di idee.
Il tema sarà comunicato probabilmente durante la presentazione del libro.

Per informazioni:
Ufficio Stampa Jamaica: Chiara Bongiovanni +393351331734
E mail:
cbchiarabongiovanni@gmail.com
premiojamaica2012@gmail.com
Barjamaicamilano@gmail.com

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Ricordi…di Emilio Tadini

Ugo, Ugo Mulas, per esempio, l’ho conosciuto nei primi anni Cinquanta a un “Convegno di poeti”, in una galleria d’arte in via Borgogna. Perché Ugo allora voleva fare il poeta, e naturalmente non aveva mai una lira, e allora un giorno Pietrino Bianchi gli ha detto: “Perché non mi fai qualche fotografia per il mio settimanale?”, e Ugo ha detto di sì e poi si è fatto prestare una macchina fotografica e, incredibilmente, di punto in bianco, ha fatto una serie di fotografie splendide sulla Liguria di Montale e si è reso conto che fare il fotografo gli piaceva e così è diventato quel grande maestro della fotografia contemporanea che adesso tutti conoscono.


Perché ho raccontato questa storia? Solo per fare un esempio di quello che allora era il Jamaica. E anche di come il Caso facesse parte di quel piccolo Olimpo di Dei Minori che – credo che in fondo ne fossimo tutti sicuri – vegliavano su quel luogo magico e sui suoi abitanti (uso la parola “abitanti” perché molti di noi passavano più tempo nel locale che a casa propria).
Erano tanti, i fotografi, al Jamaica. Come i pittori, gli scrittori, i cineasti, i giornalisti. O, per meglio dire, erano tanti i giovani che si erano messi in testa di fare uno di questi mestieri – e che sarebbero riusciti a farlo, e, in molti casi, anche benissimo. (E naturalmente non bisogna dimenticare l’aiuto che ognuno di loro credo proprio abbia ricevuto, prima o poi, da quel povero Olimpo efficientissimo che si spostava a mezz’aria dal “giardino” all’interno del Jamaica – sempre strapieno di gente e di fumo nelle serate lunghissime, fino a notte inoltrata).
Ogni tanto, mi ricordo, da mezzogiorno e mezza alle due, o verso sera, quando si beveva il bianco ai tavolini, o dopo cena, uno del Giamaica tirava fuori la macchina fotografica e faceva qualche fotografia – all’aperto, se era bello il tempo, o, se il tempo era cattivo o faceva troppo freddo, dentro, sullo sfondo delle piastrelle bianche.
E forse, in quei momenti, ognuno di noi fotografati, senza neanche pensarci e certo senza volerlo, si metteva in posa per qualche futura storia che non importava assolutamente che si realizzasse o no, perché tanto doveva sembrarci già abbastanza realizzata proprio nei sogni che più o meno pigramente ci figuravamo in testa e che forse ci sembrava già di poter vedere, abbozzati alla meglio, sul tavolino, vicino ai bicchieri.
Quasi tutti quei fotografi sono diventati grandi, famosi. Ma per chiunque sia nato e cresciuto al Giamaica le loro fotografie più belle restano quelle là, con quattro o cinque giovani molto giovani seduti sulle poltroncine di ferro del “giardino”, o dentro, contro lo sfondo di piastrelle bianche, in vaghe pose sognanti e incomprensibili, davanti ad un bicchiere di bianco ed altre cose – che invisibili, queste, eppure, a guardare bene, specchiate confusamente nelle loro pupille e magari anche raffigurate come enigmi da quattro soldi nelle pose di quel loro orgoglio inconsistente, fin troppo vulnerabile…
E’ quasi inutile dire che, intanto, gli Dei Minori dell’Olimpo Giamaicano continuavano a vegliare. E che tranquillamente, senza dare nell’occhio, continuavano a darsi da fare i loro rappresentanti in terra – a livello del pavimento, diciamo. La Signora Lina, l’Elio…
Emilio Tadini

Via Brera, 32 – 20121 Milano – Tel. 02 876723 – www.jamaicabar.it – info@jamaicabar.it

 

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100anni di Jamaica | Concorso Fotografico: “Dal Bianchino al Mojito”

  SCARICA LA SCHEDA DI REGISTRAZIONE !

 

 CONCORSO FOTOGRAFICO “DAL BIANCHINO AL MOJITO.

“PASSATO E PRESENTE DI UN BAR: IL JAMAICA

Dopo le mostre che hanno scandito il centenario della nascita del bar Jamaica nel 2011, con le immagini dei fotografi che hanno frequentato e raccontato il locale negli anni ’50 e ’60, lo storico caffè milanese inaugura un nuovo secolo di attività con un concorso fotografico rivolto alle nuove generazioni di aspiranti fotografi. L’invito è a interpretare il locale, così come fecero autori del calibro di Ugo Mulas, Jacqueline Vodoz, Alfa Castaldi, Carlo Cisventi, mostrando la sua vita, le sue atmosfere, le tracce del passato ancora ravvisabili nel presente così come le sue trasformazioni, all’interno di un quartiere di Brera profondamente mutato. Il concorso si offre così come un’occasione per rivivere e far rivivere la storia passata del locale, l’eredità lasciata dai suoi vecchi avventori, col suo carico di cultura e suggestioni, ma anche per rinnovare questa storia nel presente, portando a riflettere sulla nuova identità del bar, sui suoi frequentatori attuali, sul ruolo di socializzazione e di confronto che il caffè continua a svolgere, sia pure in un contesto molto diverso, nel nuovo millennio dell’aperitivo e delle movida notturne.
Il concorso è aperto agli studenti delle accademie di belle arti, degli istituti di design, delle facoltà di architettura e design, delle scuole di fotografia di tutta Italia, e si concluderà con un’esposizione delle opere migliori all’interno del bar Jamaica, la pubblicazione di alcune di esse in un libro sul Jamaica in uscita nel 2012 e nella premiazione del primo classificato con un compenso di 1.000 euro.

Le regole e le condizioni per partecipare:
A chi si rivolge: Il concorso è rivolto agli studenti delle accademie di belle arti, degli istituti di design, delle facoltà di architettura e design, delle scuole di fotografia di tutta Italia, che possono parteciparvi unicamente come singoli.
Ogni autore può partecipare con un massimo di sei foto.
La presentazione di un numero maggiore di opere comporta l’esclusione delle stesse dal concorso.
La partecipazione al concorso è gratuita.
Il concorso non è diviso per categorie. E’ ammessa qualsiasi opera fotografica senza limitazione di genere o di tecnica (analogico e digitale, bianco e nero e colore, immagini rielaborate in postproduzione…).

Come iscriversi: ci si iscrive compilando l’apposito modulo scaricabile dal sito internet del bar Jamaica (www.jamaicabar.it), e spedendolo insieme alla/alle opere che si intendono presentare entro i termini di scadenza del concorso.

Presentazione delle fotografie: le fotografie vanno spedite insieme al modulo di partecipazione, compilato in ogni sua parte, all’indirizzo e-mail premiojamaica2012@gmail.com, entro e non oltre il giorno di scadenza previsto dal regolamento.
Le immagini inviate devono essere in bassa risoluzione e il nome del file deve riportare il cognome dell’autore seguito dal numero progressivo (es. rossi_01). Gli autori delle fotografie che saranno scelte per essere esposte nella mostra e il vincitore del concorso dovranno presentare in un secondo tempo le immagini stampate a proprio carico, in dimensioni e su supporto da concordare con gli organizzatori, con indicato sul retro il nome dell’autore e il titolo dell’opera.

Scadenza: le opere devono essere presentate tassativamente entro e non oltre il 30 aprile 2012.

Motivi di esclusione:
saranno escluse le opere presentate oltre il termine di scadenza;
saranno escluse le opere presentate senza modulo di iscrizione o con iscrizione incompleta e/o errata;
saranno escluse le opere di autori che non posseggono i requisiti richiesti dal concorso.

Chi esamina: le opere verranno valutate da una giuria presieduta da Mario Dondero e composta da
Tatiana Agliani, Elio Grazioli, Uliano Lucas, Micaela Mainini, Melina Mulas, Valentina Mulas.

Premiazione: il primo classificato riceverà un premio in denaro di 1.000 euro e una o più sue immagini verranno pubblicate in un volume sul Jamaica a cura di Uliano Lucas e Tatiana Agliani in uscita nel 2012, che raccoglie le fotografie dei fotografi storici del locale (Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, Jacqueline Vodoz…). Mentre le opere migliori verranno esposte in una mostra appositamente organizzata nei locali del bar Jamaica. La premiazione avverrà in occasione dell’inaugurazione della mostra.

TUTTE le opere pervenute si intendono concesse a titolo gratuito al bar Jamaica. I diritti d’autore rimangono di proprietà dei fotografi che hanno realizzato le opere ed eventuali usi che esulano dalle prerogative del concorso saranno concordati con l’autore.
La giuria si riserva di non assegnare il premio e di non organizzare la mostra nel caso la partecipazione al concorso sia troppo scarsa o il livello delle opere presentate sia ritenuto insufficiente.

Per ulteriori informazioni si può scrivere a:
premiojamaica2012@gmail.com [/two_third_last]

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FABRIZIO GARGHETTI

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Jamaica: Fabrizio Garghetti

Per informazioni:
Ufficio Stampa Jamaica: Chiara Bongiovanni +393351331734
E mail: cbchiarabongiovanni@gmail.com /// ceciliabringheli@gmail.com /// barjamaicamilano@gmail.com
Via Brera, 32 – 20121 Milano – Tel. 02 876723 – www.jamaicabar.it – info@jamaicabar.it

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BRERA DOVE SEI? di Giancarlo Iliprandi

BRERA DOVE SEI?

Vi sono luoghi che ti appaiono all’improvviso. Restando poi impressi, nei tuoi ricordi, per via di quel determinato momento o per quanto esso abbia potuto, in certo senso, modificare il tuo futuro.
Altri invece sono andati sedimentando la loro presenza, giorno dopo giorno, senza farsi troppo notare. Forse per una loro natura storica, accettata senza eccessivo indagare, quindi scontata.
Credo sia questo il motivo per il quale quelli di noi che sono ancora rimasti, guardano al palazzo di Brera come a un elemento preesistente la loro frequentazione. Quindi logico, in codesto imporsi quale simbolo di un quartiere. Perlomeno con il nome.
Ma non così determinante.


Nell’inverno 1945 andavamo riappropriandoci di una città che, per qualche anno, era parsa per troppi versi ostile. Diversa, comunque, da quella conosciuta negli anni del liceo. Dei pantaloni lunghi, delle prime sigarette. E delle prime ragazze. Erano venuti anni bui, marcati da inverni ancora più freddi. Ritmi scanditi dal suono delle sirene che preannunciavano nuove distruzioni. O nel rumore dei passi di una ronda che andava cercandosi nella notte.
Non era un inverno metereologicamente dissimile. Milano iniziava a fasciarsi delle sue nebbie dal mese di novembre. Assumendo man mano un suo aspetto irreale, per via di questo apparire e scomparire di case e persone. Immerse in codesta ovatta bigia che attutiva i rumori di fondo. Rendendo più evidenti, come su un altro piano, i clacson delle rare automobili, ma soprattutto lo scampanellio martellante dei mezzi pubblici. Un tintinnio nevrotico che, alla fine, risultava familiarmente accompagnatorio.
A Brera si stava a disegnare con il cappotto, o un qualsiasi giaccone. Le modelle immobili, fianco alle grosse stufe, andavano arrossandosi da un lato. Mentre l’altro restava livido pur dopo cambiata la posa. Le mani tremavano fredde, dentro. Come se invece di reggere il carboncino ti fosse capitato, tra le dita, un candelotto di ghiaccio.
Quando uscivi sentivi il bisogno di un locale che fosse caldo, non solo per i gradi, ma pure per l’atmosfera. Che andasse facendosi logicamente tuo. Pure se non ancora completamente. Così dei rari Bar del quartiere non rivivo immagini stupefacenti. Però una atmosfera di accoglienza, frammista al tuo senso di appartenenza ad una categoria precisamente definita. Eri uno studente di Brera e quella era casa tua. Caffetteria o trani che fosse, purché rifugio per una sosta sia lunga sia breve da condividere con altri. Qualche professore, molti cosiddetti artisti, parecchi abitanti del quartiere, per lo più artigiani, che passavano il loro tempo libero discutendo se parigliare o sparigliare. Quando non si addentravano nel più criptico mondo del tresette. Privilegio generazionale.
Certo vi erano presenze fisse, tra le quali spiccavano personaggi già allora noti. Ma molti dei nomi che ora si sentono citare, quali pietre miliari, a testimonianza della cultura cittadina nomade di allora, erano avventori di passaggio. Mentre la vera atmosfera nasceva dalla mescolanza di comprimari diversi, perfettamente integrati a formare un mondo, non uno spettacolo.
Quello che quasi irrita, molti di noi, è sentir parlare di Brera come di un giardino zoologico. Composto, perlopiù, da animali feroci. Che traevano ispirazione e appetito sorvegliandosi l’un l’altro, senza accorgersi di comparse e scomparsi. Come se nel Parnaso non restasse tempo per discorsi comuni e dispute terrene. Mentre il maggior pregio del luogo stava nella sua disarmante semplicità, nell’essere come doveva essere o meglio come era andato formandosi negli anni.
Invecchiando, lentamente, come il grande palazzo voluto da Maria Teresa. La quale sentiva questa Milano quale capitale morale, nel sud del suo vasto impero. Capitale che si meritava chiese, palazzi e luoghi del fare cultura. Come l’accademia, con tutto quanto vi stava dentro. Ma anche quanto, inevitabilmente, e fortunosamente, vi stava attorno. Non come teatrino bensì come modo di vivere.
Ho frequentato Brera per otto anni. Quotidianamente direi. Prima pittura, con Aldo Carpi, poi scenografia con Reina. Uno dei maggiori conoscitori delle teorie prospettiche, scomparso, purtroppo, senza lasciare testimonianze. Terminati i corsi, spesso trovavo il tempo per tornare, malgrado avessi iniziato a lavorare professionalmente. Tornare nel quartiere, intendo. Mentre l’Accademia andava facendosi più polverosa e remota, per nulla intressante o interessata.
La mia frequenza al Jamaica era saltuaria e irregolare, anche se il locale stava divenendo sempre meno popolarmente accogliente però sempre più divertente. Stava diventando di moda.
Per alcuni anni noi, di scenografia, eravamo stati adottati dalla Titta. Un gruppo molto solidale, decisamente impegnato, quindi noiosamente critico nei riguardi di certi artisti.
Irrimediabilmente dispersivi. Forse troppo legati ad un vecchio concetto di boheme.
Quello della Titta, personaggio di cui si è persa memoria dopo la prematura scomparsa, era un bar piazzato sull’angolo Brera-Fiorichiari. Di fronte al negozio della Elena Crespi. Per chi non lo sapesse sul finire degli anni quaranta era stato un must.
Più tardi, negli anni cinquanta, la maggior parte di noi era occupata a metter famiglia ed a lavorare a tempo pieno, malgrado tutto. A certe ore del giorno, Brera tornava a essere accogliente e magica, anche per chi abitava lontano. Mentre la cultura milanese, compresa quella che si era formata sulle vecchie sedie, si espandeva oltre i confini, richiamando operatori non solo dalla vicina Svizzera. Milano stava realmente affermandosi capitale del design.
Pare incredibile che non esista una storia di Brera degli anni cinquanta e sessanta. Che in Accademia non sia rimasta memoria dei suoi corsi, né del percorso di docenti e allievi. L’unica storia che ci rimane è quella popolare, nel senso più ampio del termine.
Con la sua tradizione orale. Con i ricordi che ruotano attorno al Jamaica, tra le foto di quelli che da comparse si erano fatti primattori, non sempre riuscendo a coprire il ruolo assegnato. Con il passare degli anni scandito da nuove attività. Non abbastanza storicizzate perché ignote ai disinformati cronisti.
Come il Fiorioscuri, con quella grande tavola iniziale. Un altro modo di sentirsi “a casa” a Brera. Oppure il Ponte di Brera, con le sue jam-sessions indimenticabili. Infine certi compleanni di Mamma Lina. Personaggio grandioso, pur nella sua apparente fragilità, che meriterebbe più di molti altri di riposare al Famedio. Cosa sia stata la Brera di quegli anni non è poi così facile da raccontare. Proprio perché è stato un mondo tanto complesso quando semplice. Di una disarmante genuina semplicità. Un mondo vero, che forse è scomparso ma ha lasciato radici solide. Merito di chi allora, muovendo i primi passi nella professione, documentava le giornate. Perché il Jamaica è stato il più importante vivaio di fotografi italiani. Per altri, pittori o scrittori che fossero, è stato solo un bianchino a Brera. Per tutti, comunque, è stato il Jamaica, quello di Brera, quello dei nomi illustri molte volte capitati per caso. Quello dei famosi, scomparsi per sempre, ma soprattutto quello degli ignoti che hanno recitato la parte corale. La più importante, perché nasceva senza copione. Permeata di quella milanesità, ricca di aperture intellettuali, alla quale si allude con nostalgia.
Certo si parla sempre di Brera. Del trasferimento della Accademia, gonfiatasi oltre misura. Della Grande Brera sognata da Franco Russoli, dell’Orto Botanico sempre più malinconico, della specola ignota ai più, dei gessi dimenticati in cantina. Del Napoleone che metteranno in gabbia. Dei pochi nomi che hanno lasciato una traccia visibile del loro passaggio, tra i tanti che vi sono trascorsi. Della memoria che si affievolisce sino a scomparire.
Ma la vera Brera, quella che è assurta alla storia, è un pezzo di quartiere che vive ancora per merito di un bar dal nome esotico. Brera è il Jamaica.

giancarlo iliprandi

 

 

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CARLO ORSI

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Jamaica: Uliano Lucas


I pittori Valentino Dionisi e Edoardo Giordano al bar Giamaica, Milano, 1963 c.

Mostra nello storico
Caffè degli artisti” nel cuore milanese di Brera
100 anni di Jamaica e Uliano Lucas

Vernissage martedì 4 ottobre alle 19.00, le fotografie di Uliano Lucas saranno poi esposte dal
5 ottobre fino al 31 ottobre dalle 10 del mattino alle 2 di notte, al Jamaica in Via Brera 32
.
Dopo Ugo Mulas e Alfa Castaldi, il Bar Jamaica è lieta ed onorata di poter ospitare il famoso fotografo Uliano Lucas che racconterà, attraverso il suo obiettivo, con maestria e delicatezza la storia di questo storico locale milanese.
Nato a Milano nel 1942 cominciò a frequentare fin da giovanissimo il Bar Jamaica, ambiente ricco di artisti, fotografi e giornalisti che allora vivevano nel quartiere di Brera.
E qui, durante le discussioni con gli intellettuali del tempo decise di intraprendere la via del fotogiornalismo, uno strumento di impegno civile, una professione indipendente libera da vincoli e costrizioni. I primi anni lo videro interessato a fotografare le atmosfere popolari della sua città, la vita e i volti degli scrittori e pittori suoi amici per poi passare successivamente ad un interesse legato alle questioni politiche della nuova Italia degli anni ’60.
La sua passione per la fotografia lo portò a documentare la decolonizzazione dell’Africa e le guerre di liberazione in Angola, Guinea Bissau, Mozambico ed Eritrea; impresse sulla pellicola le realtà del Medio Oriente, la dissoluzione della Ex-Jugoslavia e la vita degli emigranti in Europa.
Le fotografie esposte in questa mostra sono state realizzate da Uliano Lucas negli anni della sua formazione giovanile al bar Jamaica, fra il 1958 e il 1968, e nelle periodiche frequentazioni del locale nei decenni successivi. Rievocano atmosfere, volti, momenti di convivialità in una Milano vivace, animata ancora dallo slancio della ricostruzione postbellica e da un fermento intellettuale che la poneva al centro della cultura europea, e al contempo segnata da una vita di quartiere ancora popolare, dalla povertà, durezze, solidarietà del dopoguerra. Ritraggono artisti, pittori, abitanti del quartiere e raccontano una storia: quella di un bar che, per una serie di ragioni, è stato fra gli anni quaranta e i sessanta, catalizzatore di intelligenze, di forti amicizie, di incontri e riflessioni e che nel corso del tempo, pur nel radicale trasformarsi dello scenario sociale e culturale del paese, non ha mai dimenticato il suo passato.
Motivo per il quale Micaela Mainini con Uliano Lucas e Tatiana Agliani, stanno lavorando ad una corposa pubblicazione che vuole raccogliere in un percorso ragionato queste e molte altre immagini dei fotografi che hanno frequentato il locale e il quartiere di Brera e giungere finalmente a fare il punto, attraverso una serie di testi che vadano oltre l’amarcord, su un luogo che si inserisce nella lunga storia novecentesca del “caffè” come centro di gestazione di idee, affetti e semplicemente di vita intensamente vissuta.

Durante la serata avremo il piacere di essere coccolati dalla presenza di uno storico marchio italiano
Branca ci delizierà con la preparazione di due coktails a base di Carpano creati appositamente per l’evento.

Per informazioni:
Ufficio Stampa Jamaica: Chiara Bongiovanni +393351331734
E mail: cbchiarabongiovanni@gmail.com /// ceciliabringheli@gmail.com /// barjamaicamilano@gmail.com
Via Brera, 32 – 20121 Milano – Tel. 02 876723 – www.jamaicabar.it – info@jamaicabar.it

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ULIANO LUCAS

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